Bisceglie.
Potrei raccontarvi dei monumenti che la città offre…
…e anche delle buche per le strade.
Potrei descrivervi i panorami che il paese mostra…
…e anche le discariche a cielo aperto che la civiltà produce.
Potrei narrarvi il mare, i santi e la storia…
…e anche di episodi di sangue che di tanto in tanto macchiano le mie strade.
Ma di tutto questo ne hanno già parlato in tanti.
Io, come i miei amici di questo blog, preferisco di volta in volta scrivere di piccoli dettagli, di personaggi, di tradizioni e abitudini che Bisceglie regala ai suoi cittadini. E che chi non è del posto (o perlomeno del sud) farebbe fatica, forse, a comprendere fino in fondo.
Per cominciare…
Se dovesse capitarvi di passeggiare per il locale Palazzuolo, incapperete (forse oggi non più ma anni fa sicuramente… la crisi si fa sentire) in una pratica storica della città. I braccianti agricoli lì si riuniscono per prmmètt. Ovvero per promettere. Promettere cosa, vi starete chiedendo. Promettono la giornata di lavoro in campagna per il giorno seguente.
Tra di loro, come in ogni città che si rispetti, si annida una specie mai in via di estinzione e di cui il Paese Italia è pieno: gli stangachiàzz. Questi “animali” si aggirano per le strade con faccia stanca, quasi afflitta. A vederli sembrano provati nel fisico e nell’animo da chissà quale fatica. E invece no. Il loro unico lavoro è evitare di trovarne uno. Se in un posto c’è da sudare loro sono sicuramente da un’altra parte. A loro la tradizione popolare ha dedicato un proverbio, diventato poi una canzoncina che i più non capiranno, che dice che la fatica si chiama chicozza e a me non m’ingozza, la fatica si chiama cerase e a me non me trase.
A proposito di proverbi, discorso a sé merita il nostro dialetto. Si racconta che San Nicola, scacciato in malo modo dai biscegliesi mentre predicava il Vangelo, abbia storpiato la nostra parlata. In effetti è così. E anche tra pugliesi facciamo fatica a capirci. A dirla tutta anche contadini e pescatori, parlassero in dialetto, farebbero fatica a capirsi.
E ancora. Tipicamente biscegliese è l’usanza di darsi i soprannomi. Soprattutto in passato. E così se i miei nonni cercano di capire chi è la tale persona la frase tipica è Sà cur a c’apparten? (sai da che famiglia proviene quello?). E via tra nomi e genealogie infinite…
Vivere a Bisceglie è divertente. A dirla tutta anche morire a Bisceglie è divertente... clicca qui.
Con il solo obiettivo di incuriosirvi, chiudo questo primo intervento con un sospiro. Non in senso letterale ovviamente. I sospiri, nati nella leggenda tra monache di clausura e i seni di un'innamorata, sono uno dei dolci tipici di Bisceglie. L'enciclopedia Meraviglie d'Italia lo descrive in breve: specialità di Bisceglie, dolcetti di pan di Spagna, farciti con varie creme. Leggere un sospiro non è granché, assaggiarlo è tutta un’altra cosa.
Potrei raccontarvi dei monumenti che la città offre…
…e anche delle buche per le strade.
Potrei descrivervi i panorami che il paese mostra…
…e anche le discariche a cielo aperto che la civiltà produce.
Potrei narrarvi il mare, i santi e la storia…
…e anche di episodi di sangue che di tanto in tanto macchiano le mie strade.
Ma di tutto questo ne hanno già parlato in tanti.
Io, come i miei amici di questo blog, preferisco di volta in volta scrivere di piccoli dettagli, di personaggi, di tradizioni e abitudini che Bisceglie regala ai suoi cittadini. E che chi non è del posto (o perlomeno del sud) farebbe fatica, forse, a comprendere fino in fondo.
Per cominciare…
Se dovesse capitarvi di passeggiare per il locale Palazzuolo, incapperete (forse oggi non più ma anni fa sicuramente… la crisi si fa sentire) in una pratica storica della città. I braccianti agricoli lì si riuniscono per prmmètt. Ovvero per promettere. Promettere cosa, vi starete chiedendo. Promettono la giornata di lavoro in campagna per il giorno seguente.
Tra di loro, come in ogni città che si rispetti, si annida una specie mai in via di estinzione e di cui il Paese Italia è pieno: gli stangachiàzz. Questi “animali” si aggirano per le strade con faccia stanca, quasi afflitta. A vederli sembrano provati nel fisico e nell’animo da chissà quale fatica. E invece no. Il loro unico lavoro è evitare di trovarne uno. Se in un posto c’è da sudare loro sono sicuramente da un’altra parte. A loro la tradizione popolare ha dedicato un proverbio, diventato poi una canzoncina che i più non capiranno, che dice che la fatica si chiama chicozza e a me non m’ingozza, la fatica si chiama cerase e a me non me trase.
A proposito di proverbi, discorso a sé merita il nostro dialetto. Si racconta che San Nicola, scacciato in malo modo dai biscegliesi mentre predicava il Vangelo, abbia storpiato la nostra parlata. In effetti è così. E anche tra pugliesi facciamo fatica a capirci. A dirla tutta anche contadini e pescatori, parlassero in dialetto, farebbero fatica a capirsi.
E ancora. Tipicamente biscegliese è l’usanza di darsi i soprannomi. Soprattutto in passato. E così se i miei nonni cercano di capire chi è la tale persona la frase tipica è Sà cur a c’apparten? (sai da che famiglia proviene quello?). E via tra nomi e genealogie infinite…
Vivere a Bisceglie è divertente. A dirla tutta anche morire a Bisceglie è divertente... clicca qui.
Con il solo obiettivo di incuriosirvi, chiudo questo primo intervento con un sospiro. Non in senso letterale ovviamente. I sospiri, nati nella leggenda tra monache di clausura e i seni di un'innamorata, sono uno dei dolci tipici di Bisceglie. L'enciclopedia Meraviglie d'Italia lo descrive in breve: specialità di Bisceglie, dolcetti di pan di Spagna, farciti con varie creme. Leggere un sospiro non è granché, assaggiarlo è tutta un’altra cosa.
10:01 PM
mac
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