"I miei occhi giacciono in fondo al mare nel cuore delle alghe e dei coralli. Seduto se ne stava e silenzioso stretto a tenaglia tra il cielo e la terra, e gli occhi fissi nell'abisso."Nell'ultimo post ho promesso che avrei parlato della mafia. Vorrei farlo adottando un punto di vista particolare. Non quello dello storico, del sociologo o del critico, ma quello di un ragazzo che sente il peso di questa forma di criminalità organizzata e che stima e ammira il coraggio di quegli uomini che nella sua terra hanno trovato la forza di ribellarsi. Di alzare la voce.
Peppino Impastato è uno di questi. Il 9 Maggio ricorre il trentunesimo anno della sua morte.
La vita. Giuseppe Impastato nasce a Cinisi (un paese in provincia di Palermo) il 5 Gennaio del 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La sua famiglia conosceva molto bene le dinamiche del sistema mafioso. Peppino parla così di suo padre, in una sua nota biografica:
"Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E' riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività."Questa descrizione è sufficiente a comprendere quanto avesse sofferto Peppino nella sua vita. Lui, scegliendo di ribellarsi alla mafia, conduceva una lotta contro la sua stessa famiglia.
Immagino quanto non sarà stato facile per lui andare contro suo padre.
L'affetto che il padre gli negava lo cercava nella politica. Lo stesso Peppino ha affermato di essere arrivato alla politica su basi puramente emozionali. Essa era la chiave di volta per reagire a una situazione familiare divenuta insostenibile.
La
poesia che ho scelto per aprire questo post mette in luce la sua solitudine. Peppino ne ha scritte molte altre. Da tutte emergono un'ansia e un tormento interiore, il bisogno di affetto e la voglia di arrendersi. Di lasciare tutto. In realtà, non ha mai abbandonato il sogno di battersi per la sua terra, la Sicilia, e per la sua città, Cinisi, che ospitava uno dei più spietati boss mafiosi: Tano Badalamenti.
Ai suoi momenti di solitudine, di disperazione (Peppino stava anche giorni interi senza parlare con nessuno per chiudersi nel suo silenzio) si alterna una vita ricca di esperienze e di momenti formativi che coinvlogevano ed esaltavano tutti coloro che ruotavano attorno a questa personalità affascinante.
Per esempio, nel 1975, Peppino organizza il circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e che diventa il principale punto di riferimento per i giovani di Cinisi.
In quegli anni a Cinisi, Peppino apre
Radio Aut, un'emittente autofinanziata che offre programmi di controinformazione e di satira nei confronti dei "signorotti" locali e degli esponenti della mafia.
Nel 1978 Peppino si candida alle elezioni comunali di Cinisi con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria.
Poco prima delle elezioni, in una notte buia "dello Stato italiano, la notte di via Caetani e Aldo Moro", Peppino è stato ucciso barbaramente: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sulla linea ferrata che collega Palermo a Trapani.
Nessun cognome l'ha salvato, nemmeno quello di suo padre.
Le indagini. La polizia e la magistratura avevano dichiarato che Peppino si era suicidato. I suoi amici siciliani sapevano che non era così. Peppino non sarebbe mai arrivato a tanto.
Successivamente il tribunale di Palermo archiviò il caso, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma sostendendo l'impossibilità di trovare i veri colpevoli. Negli anni, però, il Centro Impastato e la famiglia con forza hanno gridato giustizia, pretendendo che fosse fatta luce sulla vicenda.
Si è trattato di un lungo e complicato processo, più volte depistato da alcuni rappresentanti delle istituzioni.
Gaetano Badalamenti, mandante dell'omicidio e Vito Palazzolo, suo vice, saranno riconosciuti colpevoli e arrestati soltanto nei primi anni del 2000.
L'eredità di Peppino. Molti continuano a credere che la Sicilia sia solo mafia. Alcuni parlano dei siciliani come di un popolo di sconfitti, come di un popolo che non vuole cambiare.
L'esempio di Peppino, di Falcone e Borsellino e di tutti coloro che hanno deciso di non lasciare la Sicilia e di battersi per essa, cammina sulle gambe di migliaia di giovani che credono e sperano ancora. Ragazzi che non si sono arresi e scendono in piazza ogni anno, fedelmente, per ricordare i nomi di coloro che sono un esempio di giustizia, di forza interiore e coraggio, non solo per la Sicilia ma per tutta l'Italia.
Vorrei ricordare qui l'Associazione
"Addio Pizzo", che si fa da anni portavoce di una riforma culturale contro la mafia. A comporla sono ragazzi e ragazze, uomini e donne, che si riconoscono nella frase
"Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità": scopo dell'ente, infatti, è quello di combattere il racket e ogni forma di estorsione.
La storia di Peppino: film, musica. La vicenda del giovane siciliano ha interessato molti intelletuali, giornalisti, registi. Il suo coraggio non poteva e non può essere taciuto. Qualche anno fa è uscito il film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana.
Qui vi propongo una delle
sequenze finali, dove uno degli amici di Peppino si sfoga e parla in maniera accorata del suo caro amico.
In molte occasioni a Palermo si parla di Peppino e di tutti coloro che hanno pagato con la vita il coraggio della verità. Nelle scuole, nelle piazze, durante i cortei che tra pochi giorni affolleranno le strade di Palermo per ricordare le vittime della mafia. Ad accompagnare i ragazzi giù per le strade c'è anche
una canzone dei Modena City Ramblers, una biografia in musica della vita di Giuseppe Impastato.